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Redazione Moviesfera
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Il film di Nathan Fielder su Holmes dimostra che un documentario strano può arrivare al grande pubblico

Un documentario di quasi tre ore su Elizabeth Holmes, che mescola i generi, riempie i multisala. Gli studios dovrebbero leggervi una domanda di stranezze d’autore, non un caso.

Pubblicato
23 ottobre 2026
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Immagine generata con l'IA

Quand’è stata l’ultima volta che un documentario di quasi tre ore su una fondatrice caduta in disgrazia della Silicon Valley è stato trattato come un evento da multisala? Se la tua risposta è «mai», sei in buona compagnia, ed è proprio per questo che You Can See Everything conta più dei soli incassi.

Ecco cosa sappiamo. A24 ha distribuito il film, diretto da Nathan Fielder e Lance Oppenheim, il 16 ottobre. Variety ha riportato un esordio da 15 milioni di dollari in sole 855 sale. Wikipedia indica un budget di produzione di 7 milioni di dollari e un incasso di 23,4 milioni finora. Un thread del forum r/boxoffice, che consideriamo solo una voce non confermata, parla di un’espansione ad almeno 2.600 sale questo weekend. La durata, secondo IMDb, è di 2 ore e 54 minuti.

L’etichetta «di nicchia» è sempre stata una scusa di budget

Guarda cos’è questo film. Segue Elizabeth Holmes e il compagno Billy Evans prima che lei inizi a scontare una pena in un carcere federale, e poi muta: ricostruzioni, un’attrice che rivisita un ruolo, un regista la cui obiettività viene messa in dubbio. Come descrive l’Hollywood Reporter, il pubblico del New York Film Festival urlava ai colpi di scena come se A24 stesse riproponendo Midsommar. Non è il profilo di un documentario educato e didattico.

Gli studios di solito archiviano progetti simili come «contenuti di prestigio per lo streaming» o «roba da festival». La logica implicita: forma strana, pubblico piccolo. Un film da 7 milioni di dollari che ha già incassato più del triplo del budget dimostra, a nostro avviso, che quella logica è pigra. Il pubblico non è allergico alla stranezza. È allergico all’insipido.

E pensa alla portata della richiesta. È un film che pretende quasi tre ore della tua serata, in un mercato in cui i dirigenti temono di continuo che tutto ciò che supera le due ore abbia bisogno di un supereroe. La gente viene comunque. Crediamo che questo dica meno sul boom dei documentari e più sulla fame di qualcosa che non sembri assemblato da ricerche di mercato.

L’autorialità è il marketing

Cosa ha venduto questo film? Non un franchise, non un veicolo per una star. L’Hollywood Reporter cita Dennis Lim, responsabile della programmazione del NYFF, che nel presentare la proiezione ha fatto riferimento al teaser: «Sono tre ore di questo». Aveva appena descritto un minuto di quel teaser come ciò che ha fatto «impazzire collettivamente il mondo, o almeno Internet». Aggiungi il pedigree di The Rehearsal, di Fielder, e hai un marchio costruito sulla sensibilità di una persona.

È la lezione che vorremmo vedere imparata dai dirigenti. Una voce distintiva è una campagna di marketing già pronta, e la segretezza aiuta. I registi hanno chiesto al pubblico di preservare la scoperta, il che rende vederlo in sala, con degli sconosciuti, parte del prodotto. Evitare gli spoiler è un ottimo motivo per comprare un biglietto questo weekend invece di aspettare una piattaforma.

Non imparare la lezione sbagliata

Ora le cautele, perché sono reali. Il soggetto è uno scandalo noto a tutti, quindi la curiosità era già incorporata. A24 sembra inoltre aver ampliato a gradi anziché inondare gli schermi il primo giorno, partendo da 855 sale, e questa pazienza ci pare intelligente. Sospettiamo che gli studios faranno l’opposto di ciò che speriamo: inseguire cloni di «true crime ma meta» senza l’accesso né il coraggio.

Lo stesso Fielder ha detto di aver girato per mesi senza sapere se ne sarebbe uscito qualcosa, e l’Hollywood Reporter scrive che A24 gli ha lasciato una via d’uscita nel caso decidesse che il materiale non bastava. Quella tolleranza al rischio è il vero patrimonio e, a nostro parere, non si può copiare con un foglio di calcolo.

Il verdetto

L’uscita ampia per i documentari strani non dovrebbe essere un’eccezione concessa a un comico e a uno scandalo. Date budget modesti a registi con una voce distintiva, lasciate lavorare il passaparola e allargate quando i numeri lo giustificano. You Can See Everything sembra fare esattamente questo. Se stai decidendo se vederlo al cinema, noi diremmo di andare, sapendone il meno possibile. E se dirigi uno studio, smetti di dire «nicchia» finché non hai controllato i numeri di questo weekend.

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