Il rimpianto per i Razzie di Jesse Eisenberg svela la trappola dei franchise
Un premio satirico per Batman v Superman è diventato, nel racconto di Eisenberg, un’etichetta d’allarme professionale e la prova che gli studios puniscono ancora gli attori per scelte da blockbuster.
Foto: David Torcivia from nyc, United States / Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0)
E se un solo ruolo da supereroe sbagliato potesse trasformarsi in una diagnosi professionale permanente? Il racconto di Jesse Eisenberg delle conseguenze di Batman v Superman suggerisce che i Golden Raspberry Awards non siano sempre una semplice burla dell’industria. A volte la battuta diventa un’etichetta, e l’etichetta si trasforma in una decisione di casting.
Parlando al BFI London Film Festival durante la promozione di The Debut, Eisenberg ha detto che la sua carriera di attore è stata danneggiata dopo aver vinto un Razzie per aver interpretato Lex Luthor nel film del 2016 diretto da Zack Snyder. Come riferisce Variety, ha detto di essere stato di fatto escluso dai film degli studios dopo il premio, che tradizionalmente viene assegnato la sera prima degli Oscar come contraltare satirico ai più prestigiosi riconoscimenti di Hollywood.
Questo non dimostra che il Razzie, da solo, abbia chiuso a Eisenberg l’accesso ai ruoli più importanti. Le carriere dipendono da tempismo, reputazione, mode del mercato e scelte degli interpreti. Ma la storia di Eisenberg mette in luce qualcosa di più inquietante: nell’era dei franchise, un attore può essere scelto per incarnare la scommessa creativa di uno studio e poi essere trattato come se quella scommessa fosse stata un suo fallimento personale.
Il vero cattivo non erano i Razzie, ma la macchina dei franchise
Il Lex Luthor di Eisenberg era un’interpretazione vistosa in un film vistoso. Quando la performance è diventata un bersaglio, il contraccolpo non è rimasto confinato a un personaggio o a un film. A quanto pare, ha seguito l’attore. È questo il salto ingiusto al centro della vicenda: confondere una scelta interpretativa approvata dallo studio e dalla produzione con una misura attendibile del talento dell’interprete.
Un ruolo da blockbuster è raramente un esperimento individuale. A determinarlo sono il regista, la sceneggiatura, la strategia del franchise e l’enorme aspettativa che il pubblico conosca già il personaggio. Eppure l’attore resta l’elemento umano più visibile e, quindi, la persona più facile da incolpare quando il risultato non convince. L’industria può definire un film un insuccesso, ma può definire un attore “sbagliato per il ruolo” e smettere silenziosamente di fargli offerte.
È particolarmente duro nel cinema supereroistico, dove agli interpreti si chiede di servire tanto una mitologia preesistente quanto il tono di un determinato regista. La versione di Luthor proposta da Eisenberg può non aver funzionato per gli spettatori, ma il fatto stesso che sia stata così discussa avrebbe dovuto essere una prova di ambizione, non una sentenza sulla sua carriera. Invece, il sistema sembra aver trattato quella performance come un segnale d’allarme: non ripetere questa scelta di casting.
I premi “scherzosi” di Hollywood possono rafforzare pregiudizi molto seri
I Razzie sono pensati per essere irriverenti. La loro premessa si basa sull’esagerazione, sullo spettacolo e sul piacere di individuare pubblicamente i lavori più deboli dell’anno. Può essere divertente quando ridimensiona l’autocompiacimento delle celebrità. Lo è molto meno quando gli studios usano la battuta come un dato.
Eisenberg ha detto di aver interpretato il premio come un messaggio: l’industria non lo voleva in un film di supereroi. Nei commenti riportati da Page Six, ha descritto la recitazione come una professione instabile, nella quale gli interpreti si chiedono continuamente se siano in ascesa o in caduta. La sua risposta non è stata pretendere un altro ruolo in un franchise, ma scrivere e dirigere per tenere a galla la propria carriera.
Questa reazione rivela il potere nascosto della derisione durante la stagione dei premi. Un trofeo può essere liquidato come una cosa poco seria da chi lo assegna e trattato come significativo da chi prende le decisioni sul casting. La contraddizione è hollywoodiana in tutto e per tutto: la cerimonia è “solo uno scherzo” finché la battuta non conferma un timore già esistente sul valore commerciale di un attore.
Il problema più grande non è che Eisenberg sia stato criticato. Gli attori devono poter essere criticati e il pubblico ha tutto il diritto di respingere una performance. Il problema è la ristrettezza della risposta dell’industria. Un interprete può essere eccellente in un tipo di materiale, divisivo in un altro e convincente in un terzo. La logica degli studios spesso comprime queste possibilità in un’unica categoria di mercato.
La regia ha dato a Eisenberg qualcosa che la recitazione nei franchise non poteva offrirgli
Il passaggio di Eisenberg dietro la macchina da presa sembra meno una ritirata che un’affermazione sull’autorialità. Ha continuato a recitare in progetti come Now You See Me 2, Zombieland: Double Tap e Zack Snyder’s Justice League, ma scrivere e dirigere gli ha permesso di controllare una parte maggiore dell’equazione. È importante, perché la ferita originaria derivava dal fatto che era stato giudicato per una decisione che non aveva preso da solo.
Il suo esordio alla regia è stato When You Finish Saving the World. Poi è arrivato A Real Pain, che ha scritto, diretto e interpretato insieme a Kieran Culkin e che gli è valso una nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale. People riferisce che Eisenberg ha collegato il passaggio alla regia ai danni che, secondo lui, il Razzie avrebbe causato.
Quel riconoscimento successivo non cancella la presunta esclusione dagli studios, ma fa apparire il giudizio iniziale dell’industria imbarazzantemente incompleto. L’attore che il sistema dei blockbuster avrebbe rifiutato ha trovato un’altra strada verso il prestigio: non aspettando che il sistema ci ripensasse, ma creando opere che non poteva ridurre a una categoria di casting.
È questo che Hollywood dovrebbe temere. Quando gli attori reagiscono a una battuta d’arresto in un franchise diventando autori dei propri progetti, l’industria perde non solo un interprete, ma anche la possibilità di sviluppare al proprio interno un cineasta più interessante. Un sistema ossessionato dalla protezione dei brand potrebbe finire per esportare proprio il talento di cui ha bisogno.
La carriera di Eisenberg non è stata distrutta, ma è stata deformata
Dovremmo essere cauti con la versione più lineare di questa storia. La carriera di Eisenberg non è scomparsa. Ha continuato a recitare, ha diretto film e ha ricevuto importanti riconoscimenti per la sua scrittura. Le prove disponibili sostengono il suo racconto di una battuta d’arresto professionale, non un calcolo preciso di quanti ruoli il Razzie gli abbia fatto perdere.
Eppure la sua affermazione appare credibile come descrizione del funzionamento delle reputazioni. Una sola performance può diventare una scorciatoia per descrivere un’intera carriera, soprattutto quando arriva all’interno di un franchise famoso ed è seguita da un rituale pubblico di umiliazione. Il premio può essere stato il simbolo, più che l’unica causa, ma i simboli possono avere conseguenze reali quando un’industria è già alla ricerca di motivi per dire di no.
Il nostro verdetto: il rimpianto di Eisenberg per i Razzie non è un argomento contro la critica o contro i film di supereroi. È un argomento contro la pretesa che il fallimento di un franchise appartenga a un solo attore. Se Hollywood vuole casting audaci, deve accettare risultati audaci e smettere di trasformare un trofeo satirico in un registro professionale permanente.
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