«Non ho sensibilità visiva» di Sorkin è la frase più onesta del botteghino dell'anno
L'ammissione schietta di Aaron Sorkin sulla sua regia dopo il flop di The Social Reckoning è rara e ammirevole, e dice più sulle abitudini di Hollywood che su di lui.
Foto: Eric Weiss / Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0)
Quand'è stata l'ultima volta che un regista ha guardato un flop e ha detto in pubblico: «Il problema sono io»? Di solito un disastro al botteghino produce colpe per il marketing, le date di uscita, l'algoritmo o il pubblico. Aaron Sorkin ha saltato tutto questo, e crediamo che sia la cosa più interessante emersa dall'intera corsa di The Social Reckoning.
Cosa ha detto davvero
Intervenendo al Newport Beach Film Festival, Sorkin ha detto al pubblico che dirigere è stato più difficile del previsto e che non sente di imparare molto dall'esperienza, secondo il resoconto di Breitbart. La sua diagnosi: alcune parti del mestiere di sceneggiatore si possono insegnare e altre no, e il secondo gruppo è quello che di solito chiamiamo talento. «Temo moltissimo che le parti della regia in cui non sono bravo siano quelle che non si possono imparare», ha detto. Poi la frase più schietta: «Non ho sensibilità visiva, a quanto pare.»
Il contesto conta. The Social Reckoning, che Sorkin ha scritto, coprodotto e diretto, è il seguito di The Social Network e porta in scena la fuga di documenti da Facebook di Frances Haugen. Ha esordito con 5,5 milioni di dollari in Nord America. Altre testate osservano che The Social Network debuttò con circa 22 milioni di dollari nel 2010. (Un resoconto indica un budget di 42 milioni di dollari e un altro di 30 milioni, quindi non faremo finta di conoscere l'esatta entità del rosso.)
La sincerità costa poco quando non costa nulla, ma qui costa
Prima di tutto, siamo giusti. L'autovalutazione di Sorkin colpisce più della solita giustificazione dopo un flop perché non è una difesa. Non dice che il pubblico fosse stanco delle storie su Facebook. Dice che ciò in cui un regista dovrebbe essere bravo, vedere il film, è proprio ciò che gli manca. È un'ammissione sorprendente da parte di chi ha il proprio nome sopra il titolo.
Non è nemmeno una resa. Si paragona a un allenatore convinto di avere avuto tutti i pezzi e di aver perso lo stesso, e chiede un'altra possibilità. Lo leggiamo come il gesto di un uomo onesto sulla propria debolezza e testardo sulla propria ambizione. Le due cose possono convivere, e insieme sono più simpatiche che da sole.
La vera storia è come gli sceneggiatori arrivano alla sedia da regista
Qui prenderemmo le distanze dall'impostazione «Sorkin è scarso». I suoi dialoghi, come ricorda lo stesso riassunto del curriculum fatto da Breitbart, reggono A Few Good Men, The American President, Charlie Wilson's War e The West Wing. Nessuno mette in discussione la scrittura. La domanda è perché a uno sceneggiatore di talento vengano affidati un lavoro da regista e un budget importante senza molte prove che il secondo mestiere gli venga naturale.
La nostra opinione, ed è appunto un'opinione, non qualcosa che le fonti dimostrino: Hollywood tratta il prestigio come trasferibile. Si dà per scontato che un nome che vende sceneggiature venda anche una visione, e il seguito di un film celebrato rende la scommessa ancora più sicura. Ma scrivere e dirigere sono muscoli diversi. Una sceneggiatura vive di ritmo e argomentazione. Un film deve vivere anche nello spazio, nella luce e nel movimento, cioè proprio l'area in cui Sorkin dice di essere carente.
Dobbiamo stare attenti a non esagerare. Un solo film sotto le attese non dimostra uno schema, e le fonti non ci dicono come se la cavino tutti gli sceneggiatori diventati registi. Ciò che il caso mostra è che l'industria raramente pone la domanda scomoda prima di firmare gli assegni. Ci sono voluti un flop e il palco di un festival perché qualcuno la dicesse.
Cosa dovrebbe succedere ora
La conclusione facile è che Sorkin dovrebbe restare nella stanza degli sceneggiatori. Noi ne offriamo una migliore. Uno scrittore che sa di non avere sensibilità visiva ha una soluzione a portata di mano: affiancarsi a un regista, o a un direttore della fotografia, il cui sguardo colmi la lacuna, e lasciare che il dialogo faccia ciò che sa fare meglio. Hollywood si affida da tempo a questo tipo di collaborazione, e la sincera conoscenza di sé è il primo requisito.
Quanto a noi, gli daremmo credito e un po' di pazienza. Un successo lusinga tutti i coinvolti. Un flop seguito da un'ammissione lucida è più raro e, in un settore che premia la spavalderia, merita attenzione. Se Sorkin avrà «un'altra possibilità» come chiede, dipende dagli studios. Ma se l'avrà, speriamo che la usi per la parte della regia che finalmente ha avuto il coraggio di nominare.
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