The Mosquito Bowl dimostra che una storia vera non è un punto di vista
Il football a Guadalcanal è uno spunto formidabile, ma per la critica il film Netflix di Peter Berg scambia personaggi e sguardo con montaggio, rumore e cliché da film di guerra.
Foto: U.S. Embassy and Consulates in Canada / Wikimedia Commons (Public domain)
Chi non premerebbe play su un film in cui dei Marine giocano una partita di football americano a Guadalcanal? Lo spunto di The Mosquito Bowl, su Netflix, è così buono che si vende da solo. Ed è proprio questo il problema: una premessa così permette a un film di andare col pilota automatico, e a giudicare dalle recensioni, sembra che questo l’abbia fatto.
Il film di Peter Berg, adattato insieme a Mark L. Smith dal libro di Buzz Bissinger del 2022, mette in scena una partita realmente giocata. Come osserva il Los Angeles Times, due reggimenti di Marine si affrontarono la vigilia di Natale del 1944, e la maggior parte dei giocatori erano stelle del college con prospettive da professionisti. Nel cast ci sono Nicholas Galitzine, Bill Skarsgård, Ray Nicholson e Tom Francis. Il film è uscito il 30 ottobre in distribuzione limitata negli Stati Uniti.
Lo spunto è la parte facile
I titoli della critica sono sorprendentemente coerenti. The Guardian parla di un misto di football, guerra e cliché. Variety sceglie "emptily macho", cioè macho e vuoto. The Hollywood Reporter dice "tecnicamente impressionante, emotivamente vuoto". IndieWire scrive "formulaico". È raro che i critici si allineino così bene, e qui i giudizi vanno tutti nella stessa direzione.
Secondo la nostra lettura, la storia è arrivata già confezionata e il film ha considerato il lavoro finito. Il LA Times descrive un film che passa dalla notizia di Pearl Harbor agli addii sommessi (una scena per protagonista), poi al campo di addestramento e quindi a una nave, come una "macchina da montaggi". È una lista di cose da fare, non un punto di vista. Il film si apre persino con una citazione sui vecchi che dichiarano guerra e i giovani che combattono e muoiono. È un sentimento legittimo, ma è il tipo di cosa che un film dovrebbe guadagnarsi, non annunciare.
Sulla carta Berg è una scelta azzeccata. Il LA Times gli attribuisce Lone Survivor e Friday Night Lights e dice che combattimento e dramma da stadio hanno dato i suoi lavori migliori. Qui si incontrano le sue due ossessioni. Crediamo che la delusione bruci proprio perché l’accoppiata sembrava così giusta.
Quando arriva la partita, è la cosa sbagliata da accelerare
La critica più eloquente riguarda la partita stessa. Secondo il LA Times, passa in un lampo, un "supercut" con una catarsi che sembra sfiorata più che conquistata. TIME, invece, definisce la rappresentazione del Mosquito Bowl "pura gioia", ma sostiene che il film ci scaraventi addosso tanta violenza da sembrare un riempitivo. Quindi i critici non sono del tutto d’accordo, ed è giusto dirlo. Ma anche questo elogio indica lo stesso problema strutturale: la parte migliore è il football, la guerra è il riempitivo.
È un’inversione strana per un film che vuole dire qualcosa sulla guerra. Le scene di combattimento sono, secondo il LA Times, un traguardo tecnico, ma anche un promemoria del fatto che non conosciamo i protagonisti oltre i tratti generali. Sangue senza persone è solo volume. Dai tempi di Salvate il soldato Ryan, come ricorda la recensione, il pubblico è abituato alla carneficina realistica. La sola violenza non significa più molto. Serve qualcuno che la subisca e a cui teniamo.
Perché football e guerra continuano a non funzionare insieme
Il New York Times descrive il film come l’unione di "due pilastri dell’identità americana, la guerra e il football, con esito a disagio". Noi ci spingeremmo oltre. Entrambi sono generi con copioni emotivi già pronti: il huddle, il discorso, il sacrificio. Mettili insieme e ottieni due serie di cliché che si moltiplicano invece di annullarsi. L’"American male pablum" (la "sbobba maschile americana") del Guardian e la sua critica al "monologo goffo" calzano a pennello.
A quanto pare il materiale reale è più forte della sceneggiatura. Secondo il sito britannico di History, 15 dei 65 giocatori erano morti nel giro di pochi mesi da quella partita della vigilia di Natale. Quel numero è il film. Un film con un punto di vista si sarebbe organizzato attorno a esso: la partita come un ultimo pomeriggio normale, la rosa come un conto alla rovescia. Da quanto raccontano i critici, questo lo tratta come il premio del terzo atto invece che come una lente.
Il nostro verdetto
Guardalo se vuoi un film di guerra Netflix rumoroso, ben fatto, vietato ai minori non accompagnati (rating R), con qualche momento di football davvero cinematografico, ed è ciò che le recensioni lasciano intendere. Non aspettarti un confronto serio con la guerra del Pacifico. Il nostro consiglio: leggi la storia dietro la partita, perché la storia vera è migliore della versione del film. E per le piattaforme la lezione è netta. "Tratto da una storia vera" fa cliccare. Non spiega perché quella storia conti.
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