Un film generato dall’IA flop in Cina, e il pubblico ha fatto bene a scrollare le spalle
Sanxingdui: Future Past ha avuto 10.000 proiezioni il giorno d’uscita e quasi nessuno in sala. La novità vende titoli, non biglietti: ora il pubblico è il vero regolatore del cinema generativo.
Foto: N509FZ / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)
Che cosa succede se dai a un film tutti i vantaggi tecnologici tranne una ragione per esistere? La Cina ha appena fatto l’esperimento, e la risposta è stata una scrollata di spalle grande quanto un’uscita nazionale.
Il film è Sanxingdui: Future Past, presentato come il primo lungometraggio cinese interamente generato dall’IA ad arrivare nelle sale, un thriller di fantascienza uscito in tutto il Paese il 23 ottobre. Non è stata un’uscita in sordina: secondo PetaPixel ha avuto 10.000 proiezioni il primo giorno. IndieWire riporta che nel weekend ha incassato appena 181.000 dollari. Altre testate citano una cifra più bassa ed è stato riportato un budget di circa 1,5 milioni di dollari, quindi i conti esatti vanno presi con cautela. La direzione, però, non è in discussione. Secondo VnExpress, la prevendita era già in ritardo prima del giorno d’uscita.
La curiosità regge un weekend, non una programmazione
La fantasia ricorrente dell’industria è che «primo» sia un genere. Non lo è. «Il primo lungometraggio interamente generato dall’IA al cinema» è un titolo di giornale, e i titoli sono gratis. Un biglietto costa denaro e due ore, ed è una richiesta ben diversa. A nostro avviso, il numero di proiezioni del primo giorno è il dettaglio più rivelatore: gli esercenti si possono convincere a dare spazio a un film, ma nessuno può convincere il pubblico a riempire le poltrone.
Specifichiamo che cosa offriva davvero la proposta. Il punto di forza era come il film era stato realizzato, non di che cosa parlasse. Il pubblico non ha mai pagato per un metodo di produzione in sé. Nessuno ha comprato un biglietto per vedere il sonoro, il colore o la CGI in quanto tali; ha comprato le storie che quegli strumenti hanno reso possibili. Quando il metodo è tutto il gancio di marketing, il film chiede agli spettatori di fare le pubbliche relazioni dello studio al posto suo.
Il pubblico non è ostile alla tecnologia, semplicemente non è colpito dal risultato
Sarebbe pigro leggere tutto questo come una folla schierata contro le macchine. La recensione del Guardian di Castle Walls, serie turca realizzata con l’IA da Ay Yapım e disponibile su Prime Video, offre una diagnosi più acuta. Il critico ammette che la tecnologia è «stupefacente» e cambierà il cinema, poi indica uno scarto: il cinema delle origini offriva uno stupore da luna park, mentre queste opere di IA tendono a suscitare una reazione più cinica. Gli spettatori, sostiene la recensione, sembrano più interessati a ciò che la tecnologia minaccia di togliere che a ciò che promette. La scrittura, aggiunge, è banale, anche se a scriverla sono stati degli esseri umani.
Quest’ultimo punto conta. Castle Walls ha impiegato sceneggiatori e doppiatori umani, eppure suonava come un «rendilo cinematografico» ripetuto in una casella di comando. Sospettiamo che la stessa trappola valga per Sanxingdui. Generare spettacolo oggi costa poco, il che lo rende inutile come elemento distintivo. Ciò che resta scarso è quello che nessun modello ti consegna di default: un punto di vista, un personaggio per cui ti preoccupi, una ragione per cui la storia andava raccontata.
C’è un avvertimento anche per l’altro schieramento. Il botteghino non è un tabellone morale. Wildwood, il film in stop-motion di Laika, ha il 99% di giudizi positivi della critica su Rotten Tomatoes e, secondo IBTimes, ha debuttato con circa 12 milioni di dollari negli Stati Uniti a fronte di un budget riportato di 100 milioni. Il fatto a mano non garantisce la folla, e il fatto a macchina non garantisce il flop. La lezione non è «umano buono, IA cattiva». È che niente, né il mestiere, né la novità, né gli elogi, sostituisce un film che la gente vuole davvero vedere.
Il pubblico traccerà la linea, e la linea si sposterà
A studi e aziende tecnologiche piace presentare il futuro del cinema generativo come una battaglia normativa o sindacale. Quelle battaglie sono reali, ma il mercato conduce in silenzio il proprio referendum, un weekend alla volta. Un film che costa una frazione di un budget tradizionale può sopravvivere con un pubblico piccolo. Un pubblico, però, gli serve comunque. E quel pubblico, non un consiglio di amministrazione, decide se «fatto con l’IA» suoni come una curiosità, uno strumento per risparmiare o un campanello d’allarme.
La nostra previsione, che resta solo tale: gli strumenti generativi continueranno a infiltrarsi nella filiera, per lo più in modo invisibile, nelle mani di registi che hanno qualcosa da dire. Il lungometraggio tutto IA venduto come evento continuerà a faticare finché non si sarà guadagnato di esserlo. Chi finanzia dovrebbe leggere Sanxingdui come un monito a non confondere l’entusiasmo per una tecnologia con la domanda per i suoi prodotti.
Il verdetto: se sei uno studio, smetti di comprare il «primo» e comincia a comprare la storia. Se sei uno spettatore, continua a fare quello che hai appena fatto. Il tuo biglietto è l’unico voto che abbia mai davvero contato.
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